
Quando i mondiali si tennero negli Stati Uniti, nel 1994, un qualche giornale americano chiese ad Henry Kissinger di spiegare ai suoi connazionali il ‘soccer’, che all’epoca veniva considerato dagli yankee poco più che un buffo passatempo.
Kissinger, classe 1923, ebreo d’origine tedesca emigrato a New York nel ‘38, fu Segretario di Stato durante le presidenze Nixon e Ford, ed era – e rimane tuttora – il più noto appassionato di calcio statunitense. In quell’articolo di giornale svelò agli americani che il calcio era interessante soprattutto perché ogni paese aveva il suo modo di giocare a pallone, ed in quel modo si esprimeva l’autentico carattere nazionale.
Ho capito solo ieri che il vecchio Henry aveva ragione, guardando Germania – Argentina. Due scuole calcistiche a confronto, due modi d’essere l’uno contro l’altro. Da una parte la classica solidità tedesca, la geometria, la forza organizzativa del lavoro, la prestanza fisica, l’impostazione tattica estremamente diligente, la tipica razionalità apollinea dei crucchi. Dall’altra l’estro, l’improvvisazione, il colpo ad effetto, l’irriverenza dell’uno contro mille, il genio individuale, l’impulso ad inventare, la pochezza della strategia in favore dell’ardore della creatività dionisiaca propriamente sudamericana. Il tedesco e l’argentino.
Le condizioni per cui uno spirito prevale sull’altro sul campo sono sempre diverse, ma il punto è che la natura di ogni spirito nazionale rimane nel tempo pressoché costante, e il gioco lo testimonia.
In virtù del loro carattere, i tedeschi arrivano spessissimo fino in fondo alla competizione, anche se il loro movimento calcistico non ha mai espresso veri fuoriclasse, fatta eccezione per Beckenbauer e, forse, Gerd Muller.
Gli argentini collezionano due titoli mondiali, nel ’78 e nell’86. Nel 1978 l’Argentina giocava in casa, il regime militare che la governava fece fortissime pressioni sugli arbitri per la vittoria finale, il Perù si fece volontariamente schiacciare per 6 a 0 per permettere ai padroni di casa di volare in finale grazie a una differenza reti favorevole (episodio passato alla storia come ‘marmelada peruviana’), dunque il titolo fu frutto innanzitutto di una volontà politica, per così dire. Nell’86 il trionfo arrivò per mano – è il caso di dirlo – di Maradona, e qui poco da dire: in genere il fuoco dionisiaco nel calcio paga solo se accompagnato da una robusta dose di pragmatismo tattico, ma quando metti in campo Dioniso stesso per gli avversari non c’è molto da fare. Lo stesso vale per il Brasile, con Pelè e Ronaldo. Pero’ se costringi Dioniso in panchina a dirigere l’orchestra, come ieri, sei destinato al fallimento. Voglio dire: è come mettere Picasso a insegnare storia dell’arte al liceo.
Pensiamo alla Spagna, l’eterna incompiuta, che per molti versi mostra uno spirito latino del tutto simile a quello brasiliano ed argentino. Partita molte volte come favorita, ai mondiali è sempre rimasta al palo proprio per la mancanza di un fenomeno che le facesse fare il salto di qualità.
Il carattere nazionale olandese si trova perfettamente in accordo con la tesi di Kissinger. Gli olandesi hanno cambiato il pallone negli anni settanta, introducendo ilc.d. Calcio Totale: è l’espressione con cui nel calcio si definisce quello stile di gioco per cui ogni calciatore che si sposta dalla propria posizione è subito sostituito da un compagno, permettendo così alla squadra di mantenere inalterata la propria disposizione in campo. Secondo questo schema di gioco nessun giocatore è ancorato al proprio ruolo e nel corso della partita chiunque può operare indifferentemente come attaccante, centrocampista o difensore. Il calcio totale è stato anche il primo stile di gioco ad applicare sistematicamente il pressing e la tattica del fuorigioco. Ora: cosa sono gli olandesi, dal punto di vista sociale e politico, se non degli innovatori? In tema di diritti civili, di diritti di libertà, non sono forse avanti trent’anni rispetto al resto del mondo? Così è stato anche nel calcio.
L’esempio più eclatante per Kissinger in merito a compatibilità fra gioco e carattere nazionale era pero’ rappresentato dall’Italia. Voi pensate, diceva agli americani, che gli italiani siano dei gaudenti estroversi, amanti del bello e dell'effimero, ma è nel calcio che si vede come sono veramente: gente tosta, sparagnina, che non concede nulla alle apparenze e dà il suo meglio quando è in difficoltà. Per gli italiani le vittorie memorabili non sono quelle in cui dominano l'avversario con un gioco brillante e fantasioso, ma quelle in cui sono assediati per novanta minuti da un nemico soverchiante, soffrono, stringono i denti e riescono con un'unica sortita a mettere a segno il colpo decisivo.
Come dargli torto?